“Ti ho vista che ridevi” è il libro che racconta di come le “calabrotte” abbiano salvato le Langhe

Ti ho vista che ridevi. Una storia che affascina chi ama le Langhe ma che allo stesso tempo fa riflettere.

ti ho vista che rideviIn questi giorni  le Langhe sfoggiano al meglio il loro splendore. Sono migliaia i personaggi famosi  in visita e molte sono le persone che invadono la città di Alba per apprezzare la Fiera, l’atmosfera, i piatti prelibati dal profumo di Tartufo, il vino, la storia e rimangono estasiati dalle colline dai toni colorati e allegri, dai paesaggi e dalla “ricchezza” che questa terra emana.

Proprio in questi giorni ci è venuto alla mano  Ti ho vista che ridevi un libro che ci ha fatto molto riflettere e pensare, a noi, alle Langhe, al nostro passato, al presente, alla situazione politica e sociale locale e mondiale, alle nuove MIGRAZIONI

Ti ho vista che ridevi è ambientato negli anni ’60 e ’70, periodo in cui le campagne delle Langhe si stavano spopolando delle “proprie donne” attratte dalla città, da uomini operai dagli stipendi sicuri, dai termosifoni condominiale e da una promessa di emancipazione.

Leggiamo: “Ti ho visato che ridevi parla di Dora Lucà, una ragazza di Riace, una “calabrotta” così venivano chiamate 50 anni fa le giovani calabresi che venivano mandate in sposa, tramite i bacialè, ai contadini delle malinconiche Langhe… che arriva fino a Verduno per sposare Gioan Verderame, un contadino mai visto prima, lasciandosi alle spalle una storia drammatica.

Le Calabrotte vengono spedite come pacchi a uomini che non hanno mai visto, in famiglie estranee, parlano il loro dialetto e non capiscono quello degli altri. Sono donne che non decidono come vivere, dove morire, chi amare, “non decidevamo niente – dice una di loro nel libro – neanche il nome da dare ai nostri figli.

La vita che faranno sarà uguale a quella che hanno lasciato. Diversa sarà invece quella dei figli.

Quanti sanno che dietro la ricchezza della Langhe di oggi, quelle della Ferrero e dei tartufi, del vino conosciuto in tutto il mondo, ci sono ragazzine calabresi senza le quali le terre sarebbero rimaste desolate e infeconde a causa delle famiglie decimate dalle guerre, dalla fame, dall’emigrazione interna che portava gli uomini nelle fabbriche di Torino?

Dalla parte opposta dello stivale si moriva per gli stessi motivi.”

Ti ho vista che ridevi è una storia che parla apparentemente di luoghi periferici e circoscritti ma parla del mondo intero e delle sue trasformazioni.

La prefazione di Ti ho vista che ridevi è di Carlo Petrini, l’abbiamo letta e riletta, ci ha fatto riflettere ed aprire un pò la mente, gli occhi e il cuore: “Ci salvano gli altri, sempre. È la lezione di questo bel romanzo. Gli altri, quelli a cui non pensiamo, quelli che non andiamo a cercare, quelli di cui sappiamo poco o niente. Quando stiamo per perderci, per esaurire le forze, loro arrivano e ci riportano al mondo.

È successo migliaia di volte, nella nostra storia collettiva e probabilmente anche in quella individuale.

Quante comunità, quanti territori si sono salvati perché è arrivato qualcuno “da fuori”. Quante etnie si sono, al contrario, perdute perché si sono isolate, i loro linguaggi non si sono evoluti, le loro sapienze non hanno fatto da base ad alcuno sviluppo.

Ripensare le mie Langhe accompagnato da questo racconto mi ha fatto riflettere su quanti occhi scuri, quante pelli olivastre, quanti sorrisi mediterranei hanno accompagnato la storia di queste terre durante i decenni della mia infanzia e della mia giovinezza.

Succede ancora, dovunque. Penso a un giovane allevatore delle montagne aquilane, di cui mi hanno raccontato in questi giorni, i cui colleghi coetanei non riescono a trovare moglie perché le ragazze del posto, ancora nel 2014, “se ne vogliono andare”. Lui, invece, una moglie l’ha trovata: lo aiuta nell’azienda, e insieme si costruiscono una vita felice. Lei è romena, e in paese la guardano strano, pensano che sia una opportunista, una che ha trovato il modo per sistemarsi. Vorrei andarli a trovare per dirgli che non c’è salvezza se non negli altri, che non si sentano diversi, ma solo più fortunati ad aver capito prima degli altri una cosa tanto semplice.

Se la legge sulla possibilità di dare il cognome delle madri ai figli ci fosse stata già negli anni Sessanta, le nostre Langhe sarebbero poggi costellati da aziende agricole Tripodi, Misiti, Spadafora, Laganà; forse quei cognomi sarebbero ora su etichette di Barolo o Barbera … Invece oggi, a circa cinquant’anni da quelle unioni, quei cognomi li troviamo solo sui manifesti funebri (che in ogni paese, anche nel mio, si leggono con cura ad ogni ritorno a casa da un viaggio): così apprendiamo, per esempio, che l’ultraottantenne Rosalia Surace vedova Gallo ci ha lasciati e i figli e i nipoti ne danno l’annuncio. E non riusciamo a non chiederci che storia abbia mai avuto Rosalia Surace, come e quando ci è arrivata in quel paesino del cuneese, come, quando e con quali parole e quali sorrisi, ne ha assunto uno dei cognomi più diffusi.

È stata un’emigrazione invisibile e silente, di cui si preferiva non parlare. Da un popolo avaro di parole a un altro, piccole storie individuali migravano senza il frastuono dei media, senza l’attenzione della sociologia.

Eppure è stata un’emigrazione salvifica, che ha impedito alle nostre campagne di spopolarsi e, certo in modo inconsapevole, ha vissuto di scelte di avanguardia sia da un lato che dall’altro: sposare una “forestiera” era un gesto anomalo, fatto da chi non trovava alternative “regolari”; e partire verso nord, per sposare uno sconosciuto, era il risultato di una storia anomala, che ancora una volta non aveva incontrato i canoni della “normalità”.

Due storie che si salvavano a vicenda, e salvavano, insieme a se stesse, terre, comunità, storie altrui.

Tutto questo non smette di accadere, e il finale di questo romanzo, geniale e leggero ad un tempo, ce lo ricorda.

Siamo tutti stranieri, siamo tutti in cerca di salvezza, siamo tutti sulla terra di qualcun altro. Siamo tutti in attesa dell’invasione che ci salverà e ci porterà la soluzione che da soli non sappiamo inventare. Non importa se arrivano stremati sulle coste di Lampedusa, o sbarcano sicuri negli aeroporti internazionali; se passano il confine orientale nelle notti senza luna o arrivano a Torino stringendo in mano una lettera d’invito per un evento che si chiama Terra Madre; se l’occasione è un Erasmus o una fuga disperata. Non è necessario che impariamo quali e quanti sono gli infiniti modi che la Storia inventa per farci incontrare i nostri salvatori: dobbiamo solo imparare a riconoscerli, quando li vediamo arrivare, e ad aprire le braccia per accoglierli.”

Chi di noi non conosce una Dora? Una Dora che non ha badato alla fatica, al sudore, che con il suo lavoro, la tenacia e la perseveranza ha cresciuto figli, accudito marito, magari suocera e forse cognati?

Ogni tanto fa bene ricordare i sacrifici che certe persone hanno fatto, arrivando in una terra a loro sconosciuta, ora diventata casa loro e grazie a questo migliorata, arricchita.

Leggendo questo libro ci chiediamo se, anzi speriamo, che la “nostra Dora” sia stata e sia felice e che suo marito l’abbia e la veda ridere almeno qualche volta…